30 ottobre 2026
Dolori ricorrenti: perchè il dolore torna sempre nello stesso punto?
Compensi, adattamenti e movimento: scopri perché il corpo può sviluppare strategie che influenzano il nostro benessere e come il ragionamento osteopatico può aiutare a comprendere l'origine dei disturbi.

Il dolore è un'esperienza complessa, il risultato dell'interazione tra diversi meccanismi neurofisiologici e fattori individuali. Spesso, però, tendiamo a interpretarlo in modo piuttosto semplice: se compare un dolore, significa che proprio in quel momento è iniziato un problema. Fino a ieri stavo bene, oggi mi fa male la schiena, quindi è la schiena ad avere qualcosa che non va.
In realtà, il rapporto tra il momento in cui compare un sintomo e i processi che lo hanno preceduto può essere molto più articolato. Il dolore è un importante segnale del nostro organismo, una sorta di campanello d'allarme che ci invita a prestare attenzione a qualcosa che sta accadendo, ma non sempre racconta da solo tutta la storia.
Può capitare, infatti, di convivere per settimane o mesi con alcune rigidità, modificare inconsapevolmente il modo in cui ci muoviamo e accorgerci di queste trasformazioni soltanto quando compare un dolore vero e proprio. Oppure di avere un disturbo che si presenta periodicamente, magari sempre nello stesso punto, migliora dopo un trattamento o qualche giorno di riposo e poi, a distanza di tempo, ritorna.
Per comprendere meglio questi fenomeni dobbiamo fare un passo indietro e parlare della capacità di adattamento del nostro corpo.
Il corpo si adatta continuamente
Uno dei principi fondamentali del funzionamento dell'organismo è il mantenimento dell'omeostasi, ovvero la capacità di regolare e mantenere un equilibrio interno nonostante le continue variazioni dell'ambiente esterno e delle condizioni in cui ci troviamo.
Ogni giorno il nostro corpo risponde a stimoli diversi: alle attività che svolgiamo, alle posture che assumiamo, alla qualità del riposo, allo stress, all'attività fisica e persino ai piccoli cambiamenti delle nostre abitudini. Per farlo, modifica continuamente il proprio funzionamento, cercando strategie che gli permettano di continuare a svolgere le sue attività.
Quando una struttura perde mobilità, quando un'articolazione diventa meno funzionale o quando un determinato movimento risulta difficoltoso, l'organismo può modificare il modo in cui distribuisce il carico e organizza il movimento. È un processo di adattamento che ci permette di continuare a muoverci anche in presenza di una limitazione, senza necessariamente avvertire subito dolore.
Ed è proprio qui che entrano in gioco i compensi.
Cosa significa compensare?
Il compenso è una strategia attraverso la quale il corpo modifica il proprio funzionamento per rispondere a una difficoltà. Non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, rappresenta una risorsa fondamentale che ci permette di adattarci alle diverse situazioni e di mantenere la nostra autonomia.
Immaginiamo, ad esempio, di prendere una distorsione alla caviglia destra durante un'escursione. Nei giorni successivi la caviglia è gonfia, dolente e ha perso parte della sua normale mobilità. Camminare diventa più difficile e, per evitare di caricare eccessivamente la zona dolorante, iniziamo spontaneamente a modificare il nostro passo.
Possiamo appoggiare il piede in maniera diversa, ridurre il tempo di carico sulla gamba interessata, modificare il movimento del ginocchio e dell'anca oppure spostare maggiormente il peso sull'altro lato. Sono strategie che ci consentono di continuare a camminare, ma che modificano temporaneamente la distribuzione dei carichi e il modo in cui il nostro corpo organizza il movimento.
Con il passare del tempo, soprattutto se il recupero della caviglia non è completo, alcuni di questi adattamenti possono diventare più abituali. Magari il dolore alla caviglia è diminuito, ma il nostro modo di camminare non è tornato esattamente quello di prima. Il corpo ha trovato una nuova strategia e continua a utilizzarla.
A distanza di settimane, potremmo iniziare ad avvertire una tensione al polpaccio, un fastidio al ginocchio oppure un dolore nella zona lombare, soprattutto dopo aver camminato a lungo o trascorso molte ore in piedi.
Questo non significa necessariamente che il dolore alla schiena sia stato causato dalla distorsione, ma ci aiuta a comprendere quanto sia importante osservare il modo in cui le diverse strutture collaborano tra loro e come un cambiamento possa influenzare l'organizzazione complessiva del movimento.
Perché il dolore torna sempre nello stesso punto?
È una delle domande che mi capita di sentire più spesso durante il mio lavoro: «Perché questo dolore continua a tornare?».
Ci sono persone che soffrono periodicamente di cervicalgia, altre che avvertono sempre lo stesso fastidio nella zona lombare, altre ancora che alternano periodi di benessere a momenti in cui il dolore si ripresenta, magari in concomitanza con giornate particolarmente impegnative.
A volte il sintomo si manifesta proprio nella zona che, nel tempo, è stata maggiormente sollecitata; altre volte compare in un'area che sta partecipando a una strategia di movimento meno efficiente o che si trova a gestire carichi ai quali non riesce più ad adattarsi con la stessa facilità.
Naturalmente, ogni situazione ha una storia diversa. Un dolore ricorrente può dipendere da numerosi fattori, che possono riguardare le strutture coinvolte, le modalità con cui ci muoviamo, il recupero dopo uno sforzo, il livello di attività fisica e anche il modo in cui il sistema nervoso elabora gli stimoli dolorosi.
Per questo motivo, osservare soltanto il punto in cui compare il dolore può non essere sufficiente per comprendere tutte le dinamiche che contribuiscono a mantenerlo.
Il ragionamento osteopatico: guardare oltre il sintomo
È proprio da questa prospettiva che nasce il ragionamento osteopatico.
Durante una valutazione non mi limito a osservare la zona in cui la persona avverte dolore, ma cerco di comprendere come si muove, come distribuisce i carichi, quali strutture partecipano al movimento e quali eventuali limitazioni possono influenzare il suo equilibrio funzionale.
Una persona che arriva in studio per una lombalgia, ad esempio, non presenta necessariamente una situazione sovrapponibile a quella di un'altra persona con lo stesso sintomo. In un caso potrebbe essere importante approfondire la mobilità del bacino e delle anche, in un altro valutare il contributo del torace, la respirazione o le modalità con cui viene gestito il carico durante le attività quotidiane.
Il trattamento osteopatico viene quindi costruito sulla base delle caratteristiche della persona e di ciò che emerge dalla valutazione. Attraverso tecniche manuali specifiche, il lavoro può essere indirizzato alle strutture che presentano limitazioni di mobilità o alterazioni della loro normale funzionalità, con l'obiettivo di migliorare la qualità del movimento e favorire una migliore gestione delle sollecitazioni quotidiane.
Non si tratta semplicemente di intervenire dove fa male, ma di comprendere quali elementi stanno partecipando a quella particolare condizione e come possiamo lavorare per migliorare il funzionamento dell'organismo nel suo insieme.
Imparare ad ascoltare i segnali del corpo
Il nostro corpo possiede una straordinaria capacità di adattamento, ma questo non significa che dobbiamo abituarci a convivere con qualsiasi fastidio o aspettare che un dolore diventi intenso prima di occuparcene.
Una rigidità che si ripresenta frequentemente, un movimento che risulta progressivamente più difficoltoso o un dolore che compare sempre dopo la stessa attività sono segnali che meritano attenzione.
Prendersi cura del proprio corpo significa anche imparare a riconoscere questi cambiamenti, comprendere quali abitudini possono influenzarli e intervenire in modo adeguato, attraverso una valutazione individuale e un percorso costruito sulle proprie esigenze.
Il dolore è spesso la parte più evidente di una storia che il nostro corpo ha iniziato a raccontare molto prima. Imparare a leggerla significa non fermarsi soltanto a dove sentiamo male, ma provare a comprendere tutto ciò che ha contribuito a farci arrivare fin lì.